25.1.2017 Incontro con il tenente Michele Montagano


Noi abbiamo scelto

“Nel 1943 io ero in Slovenia, diventata territorio italiano. Combattevo contro i partigiani di Tito come ufficiale del Regio Esercito. Era una guerra terribile. Di giorno si entrava insieme negli stessi negozi, di sera ti sparavano”.

Inizia così la preziosa testimonianza del tenente Michele Montagano, che il 25 gennaio a via Procida parla con i ragazzi del 3H, 4H, 5H per le celebrazioni del Giorno della Memoria e come attività del progetto UNESCO del Liceo della professoressa Marconi.

Hanno partecipato anche le docenti Ciarlo, Mecucci, Raimondo e Scalabrelli.

“L’8 settembre dalla Radio ascoltiamo dell’Armistizio. Io come Tenente dovevo aspettare gli ordini dal Capitano, che aspettava gli ordini dal Comando di Reggimento, ma nei 45 giorni fra l’arresto di Mussolini e l’Armistizio non avevano preparato gli ufficiali sul da farsi e nessuno sapeva niente.”

Seicentoventimila soldati e trentamila ufficiali sono deportati dai Nazisti, per il bisogno di uomini giovani che lavorino nelle miniere e fabbriche tedesche e come punizione per il ‘tradimento italiano’. Catturato a Gradisca d’Isonzo, dove aiuta a far defluire i civili italiani, e chiuso ermeticamente per nove giorni in un carro bestiame fino a Danzica, Montagano ricorda: “Peggiore della prigionia sono stati i viaggi”.

I diari dell’internamento arrivati sino a noi, come quello di Attilio Iori nonno di Eleonora della 4H, raccontano del diverso trattamento loro riservato. Poiché la Repubblica di Salò era alleata della Germania, i Militari italiani non erano considerati Prigionieri di guerra. La CRI non poteva entrare nei campi e distribuire pacchi di viveri. Ma i Militari Italiani hanno scelto di rimanere per non aderire al Nazismo.

“La nostra reclusione è stata diversa da tutte le altre. Siamo stati prigionieri volontari. Non avevamo una nazione che ci proteggeva. Vedevamo che chi firmava per i Nazisti riceveva razioni migliori e più abbondanti. L’arma dei Tedeschi era la fame. Ma eravamo legati al giuramento fatto al Re e alla Patria. Avevamo una responsabilità con la coscienza. Abbiamo scoperto una idea diversa di patria”. Per la prima volta i Militari non obbediscono a un ordine, ma scelgono: di dire un No.

A chi gli chiede come abbiano resistito a 20 mesi di prigionia, Montagano risponde: “La cultura ci ha salvato. La ma Università è stata il campo. I miei compagni erano professori, ingegneri, medici. Ascoltavamo discorsi e lezioni.”

Poi si congeda con questo monito: “La capacità di scelta critica non fatevela levare da nessuno”.

Tematica unescana: Educazione alla pace Prof.ssa Augusta Charis Marconi

Ultimo Aggiornamento: 28 gennaio 2017

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