VIA COL TRENO


“Ladies and Gentlemen, Mesdames et Monsieurs, meine Damen und Herren, Signore e Signori è con il più grande onore e con estremo piacere che la Società Metrebus di Roma è lieta di presentarvi una nuova puntata di “Via col treno”, scritta, diretta e interpretata dal pubblico abbonato (e non).”
Lunedì 10 marzo 2008. Segnale orario: 6.50. “Bolognetta”. Quarta fermata del tratto Roma-Pantano. La mia.
Salgo. Posti vuoti nemmeno a pagarli, come al solito.
Fortunatamente avvisto un angoletto vuoto dove infilarmi, largo abbastanza per mantenere le funzioni vitali e per impugnare il mio inseparabile Ipod.
Inizia qui il mio viaggio.
Che sonno! Quanto vorrei portarmi sul trenino il mio soffice cuscino per continuare a dormire un’altra oretta! Ma miracolosamente, già dopo i primi cinque minuti di viaggio comincio a svegliarmi, ad adattarmi all’ambiente dopo il brusco salto dal letto. Inizio ad esplorare nuovi mondi, a trovare via via occupazioni diverse sulle note delle canzoni che scorrono.
Venditti ancora si ostina ad augurarmi “Buona domenica” e a ricordarmi il giorno appena trascorso. Eppure mi sembra già così lontano.
Mentre elaboro queste piccole congetture, la mia attenzione si rivolge ai piccoli dettagli del vagone, ai giornali dei giorni precedenti che si accumulano per terra, alle scritte di pennarello indelebile sui finestrini.
“Kikko e Kikka x sempre insieme”. Mi viene da pensare a come siano fatti “Kikko” e “Kikka”, ad immaginare i loro volti, a chiedermi se quella non sia solo una scritta ma amore vero. Voglio fantasticare. Credere che se anche la scritta, nera e indelebile, prima o poi si sbiadirà, il loro amore no.
Lo so, penserete che io stia ancora dormendo. La realtà è che io sono un po’ così, sognatrice, a volte troppo. Immagino, sogno. Sogno, immagino.
“Fermata Borghesiana”: Francesco e la sua mamma salgono sul mio vagone.
La mamma, una signora sui trentacinque, lo tiene per mano per non farlo cadere, lui con i suoi occhioni blu si guarda intorno alla ricerca di un posto.
Quella che lo aspetta alla scuola d’infanzia sarà una giornata lunga e faticosissima: disegni, lavoretti, giochi e merende. Un grande dispendio di energie per un bambino di cinque anni.
Da Francesco il mio sguardo si posa fuori, sui muri della stazione di Grotte Celoni dove scorgo i primi murales, colorati, vivi che mi trasmettono un pizzico di gioia e mi strappano qualche sorriso mentre cerco di decifrare le “tags” degli artisti.
Il trenino va. Incontra qualche semaforo rosso. Si ferma. Poi verde. Di nuovo, va.
In tutto ciò continuo a pensare, forse perché l’ora del trenino è l’unico momento della giornata in cui posso farlo più serenamente. Comincio a programmare, a fare progetti, organizzarmi; quando devo essere interrogata, magari do anche una piccola ripassata “scaramantica”, che non fa mai male.
Mi perdo. Lascio anche perdere di contare le stazioni che mancano alla mia, ancora troppe. Mi abbandono completamente alla musica.
“Back to life” di Giovanni Allevi mi accarezza l’anima, le note del pianoforte traducono qualcosa che non può essere espresso con le sole parole.
La melodia, però, si trasforma, si confonde con altri suoni, suoni che provengono dalla gente che mi sta intorno. Voci e musiche, tutto il resto è niente.
Nel frattempo, Jovanotti dall’inconfondibile zeppola, ripete: “Io lo so che non sono solo anche quando sono solo…io lo so che non sono solo…e rido, e piango…” più che altro rido perché penso che, almeno fisicamente, sul trenino all’ora di punta non ci si può davvero sentire soli! La solitudine è ben altra cosa eppure la percepisco dai volti, dagli occhi di alcuni dei tanti stranieri che incontro.
E’ una solitudine nella solitudine. Ognuno sta solo, da solo.
Un ragazzo sta seduto vicino la porta. Lo sguardo assente, lontano. La testa appoggiata al finestrino. Chissà a che pensa, quello lì. Alla madre malata lontana? Alla casa in Albania? Alla giornata di duro lavoro, di insulti, discriminazioni che quotidianamente gli spettano di diritto?
Non so a cosa pensi. Le mie sono solo supposizioni.
Dall’altro lato del vagone, una bella ragazza bionda, occhi azzurri, forse rumena. Lei parla al cellulare con Christian, il suo ragazzo, che la chiama ogni mattina prima di andare a lavorare. Parla nella sua lingua, io provo a tradurre ma alla fine mi arrendo. Senza accorgemene il trenino si ferma a “Centocelle”, la fermata che mi piace di più. Perché? Dopo una leggera curva dei binari, mi sporgo verso il finestrino e vedo l’alba, tutte le mattine alla stessa ora. Davanti il campo nomadi e, in lontananza, la cupola di Don Bosco, ecco il mio saluto al sole.
Gente che scende, gente che sale. Fermate, tante fermate che si susseguono: “Berardi”, “Balzani”, “Tor Pignattara”, “Filerete”, “Alessi”, “Villini”, “S.Elena”, “Ponte Casilino”, qui, di nuovo tanti murales, in particolare uno che guardo sempre: “Welcome to Roma York”, accompagnato dal disegno del Colosseo e della cupola di S. Pietro. Ancora una curva, un ponte, un semaforo. Rosso. Verde. Via.
“Porta Maggiore”. Gli archi romani accolgono le vetture mentre vigili fischiettanti regolano il traffico romano davanti alla tomba del fornaio Eurisace, lì al riparo del bianco marmo da più di due millenni, sotto gli occhi dei tanti passeggeri distratti.
Il vagone si svuota. Rimango a pensare, ancora un po’. Alla prossima fermata “Santa Bibiana” devo scendere, comincio ad avvicinarmi alle porte.
Via Giolitti scorre veloce, tutte le mattine mi sembra uguale. Da viale Manzoni scorgo in lontananza il 71 che fa capolinea alla stazione Tiburtina, la mia mèta.
Le porte si aprono e inizio a correre per non perdere l’autobus, mi sento molto atleta, sembra quasi che i passeggeri rimasti sul trenino si affaccino dal finestrino per incitarmi, per fare il tifo: la folla in delirio, Martina corre velocissima, ultimo scatto e sììììììììììììì…ce la faaaaaa!!!!!!!!
Quanto sono ginnica! Che fatica! Nonostante la corsa, il respiro affannato e il batticuore, sorrido e penso: “Mica male per 18 € al mese!!”
Mentre penso e ripenso, il mio viaggio continua sull’autobus, ma questa è un’altra storia, forse perché ogni luogo, ogni situazione lascia alle persone sempre qualcosa di diverso e nuovo, ogni giorno, sempre un po’ di più.

Martina Mampieri 5A

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